Fiaba: Il segreto delle scarpe sotto la siepe

C’era un tempo, dopo la fine della seconda guerra mondiale, un bambino di nome Giovanni che viveva in un paesetto toscano arroccato sulle colline ai confini con l’Emilia. Era biondo e riccioluto, gli occhi vispi e cerulei, le guance rosacee di chi è nel fiore degli anni e il corpo smilzo e alto, ma nel contempo forte ed agile.

Giovanni perse il padre in guerra e viveva con mamma Graziella e nonna Maria, nel casolare arroccato in collina, in un borgo medievale semi distrutto a causa del conflitto mondiale. Gli uomini ritornati dalla guerra erano intenti a ricostruire le case di pietra e si davano un gran da fare. Mamma Graziella e nonna Maria vivevano in un casolare miracolosamente rimasto illeso, allevando la mucca Gina, che ogni anno dava loro un bel vitellino, che forniva latte in abbondanza da cui le donne traevano burro e formaggio, che rivendevano successivamente al mercato del paese.

Giovanni era povero, quasi tutti in quel paese lo erano in quel tempo, ma la povertà riusciva a conferire un senso di appartenenza, umanità misto a fratellanza a tutti i suoi abitanti.

Un giorno Giovanni dal ritorno da scuola ricevette dalla madre una sorpresa.

<<Guarda cosa ti ho portato!>> – fece la donna porgendo un grosso oggetto nascosto in un sacco di canapa.

<<Un regalo per me?>>

<<Si, Giovanni. So che ne hai un gran bisogno>>.

Giovanni toccò l’oggetto cercando di immaginare cosa potesse essere, poi lo estrasse dal sacco e si meravigliò e non poco quando apparve ai suoi occhi.

<<Mamma non posso crederci, un paio di scarpe di pelle!>>

<<Si Figliolo. Come puoi vedere non sono nuove, non posso permettermi di comprarle. Le ho trovate sul ciglio della strada di fronte al cancello di casa, seminascoste dalla siepe d’alloro. Sono un impolverate e un po’ consunte, ma se le vai a lavare con la lisciva del camino, vedrai come ritorneranno a modo!>>

<<Corro a pulirle!>>

E così Giovanni andò a prendere la lisciva di cenere nel focolare spento, poi si recò al lavatoio vicino al fiume e cominciò a lavare le scarpe. I suoi occhi luccicavano dalla contentezza tanto che le lavandaie gli facevano i complimenti per l’assennatezza con cui svolgeva il compito. Ci mise del tempo, ma terminò il compito presto.

<<Ora sono pulite. Posso ritornare a casa per farle asciugare al calore del fuoco del camino>>.

Giovanni ritornò a casa, la mamma già si apprestava a preparare la cena. Si sentiva nell’aria odore di patate, melanzane, pomodori ed altre verdure che a Giovanni piacevano molto.

<<Giovanni dovresti appoggiare le scarpe vicino al focolare così si asciugheranno più in fretta>> – suggerì nonna Maria.

<<Va bene nonna>>.

<<Non troppo vicine al fuoco, altrimenti si sporcheranno di nuovo>>.

Giovanni sistemò le scarpe ad una distanza tale che si potevano asciugare senza sporcarsi.

<<Ecco, ora sono a posto!>> – esclamò nonna Maria.

Giovanni non smetteva di fissare quelle scarpe, pareva vedesse la cosa migliore del mondo e nonna Maria, osservandolo gli disse: <<sei contento Giovanni del regalo che ti ha fatto la mamma?>>

<<Se sono contento? Sto toccando il cielo, nonna. Era da tanto tempo che sognavo di andare a scuola con scarpe vere e non con i sacchi di iuta allacciati con lo spago. Solo Jacopo, il figlio del notaio, può permettersi di calzare scarpe belle ai piedi, e domani anche io potrò esibirle davanti a tutti>>.

<<Cerca di averne cura perché non possiamo permetterci di averne altre>> – intervenne mamma Graziella.

<<Lo farò mamma, eccome se lo farò>>.

<<Domattina andrai a scuola con le scarpe belle>>.

<<Non vedo l’ora che sia domani. Mamma ma quanto tempo ci vorrà?>>

<<Deve trascorrere la sera e tutta la notte, poi verrà l’alba>>.

<<Devo aspettare tutto questo tempo?>>

<<Si figliolo, ma vedrai che il tempo trascorrerà in fretta. Ora siedi a tavola e mangiamo. La minestra è calda>>.

Giovanni sedette al tavolo accanto alla mamma e non smetteva di fissare le scarpe. Intanto il vento ancora freddo di fine Marzo sferzava bruscamente bussando alle ante delle finestre.

<<Chissà se questo vento porterà il sole o la neve!>> – esclamò nonna Maria.

<<Non lo so. Temo che porterà la neve>> – disse Graziella.

<<Mamma ho finito di mangiare!>>

<<Bravo!>>

<<Posso andare a guardare le scarpe?>>

<<Si ma per l’ultima volta e poi vai a letto>>.

Giovanni ubbidì. Guardò le scarpe per l’ultima volta e rivolgendosi loro sussurrò: <<non muovetevi di li durante la notte, che domani dovrete accompagnarmi a scuola. Devo fare bella figura davanti a tutti i miei compagni di classe, che non si aspetteranno di vedermi con voi ai piedi. Sarà una giornata indimenticabile>>.

<<Forza Giovanni, ora vai a letto>>.

<<Va bene mamma>>.

Il giorno dopo Giovanni non si fece nemmeno svegliare dalla madre tanto era ricolmo di euforia. Scese dal letto e corse in cucina a cercare le scarpe, che lo attendevano in tutta la loro bellezza.

<<Giovanni fai piano altrimenti le sporchi>> – disse la madre.

<<Si mamma>>.

<<Come ti stanno?>>.

<<Sono grandi, mi scivolano>>.

<<Allora siedi a tavola e mentre fai colazione col latte caldo della Gina e il pane col burro e lo zucchero, metto degli scampi di lana nelle scarpe, così da fermare il piede>>.

<<Va bene mamma>>

<<Ecco fatto. Prova ad indossarle adesso>>.

Giovanni infilò i piedi e le scarpe non ballavano più.

<<Mamma hai fatto una magia!>>

<<Se hai finito di mangiare, prendi il cestino con la merenda e vai a scuola facendo attenzione a non sporcare troppo le scarpe>>.

<<Vado mamma. Ci vediamo a pranzo>>.

Giovanni prese il cesto di vimini e il materiale scolastico riposto in una sporta e uscì di casa. Lo stupore fu immenso quando aprendo la porta di casa vide il paese coperto da una coltre di neve fresca. Pareva zucchero, una distesa immensa di zucchero.

<<Questa notte gli angeli hanno cucinato tanti dolci per Dio e lo zucchero è sceso fin quaggiù!>> pensava il bambino trotterellando verso la scuola.

Mentre camminava allegramente, Giovanni vide avvicinarsi Jacopo, il figlio del notaio che abitava in una enorme villa non molto distante dalla dimora di Giovanni. Jacopo era un bambino grassoccio, con i capelli rossicci e il volto puntinato di lentiggini, ma elegantemente vestito con un cappottino di lana beige, che gli arrivava fino alle scarpe di tinta marrone.

<<Ehi tu, dove vai con quelle scarpe enormi ai piedi?>>

<<Come dove vado? A scuola!>>

<<Mi fai proprio ridere, sei ridicolo!>> – esclamò il bimbo lasciandosi andare ad una rumorosa risata.

<<Cosa hanno queste scarpe di cosi buffo?>>

<<Sono enormi per te. Non te ne accorgi?

<<Si, ma la mamma ha inserito della stoffa di lana per fermare il piede, così non balla all’interno della scarpa>>.

<<Se dovessi indossare un cappello a cilindro più grosso del tuo capo non ti coprirebbe il volto?

<<Certo>>.

<<E non saresti ridicolo?>>

<<Si, ma del cappello un bambino può farne a meno, delle scarpe, invece, no>>.

Jacopo guardò Giovanni con aria di sfida, non accettava certo di essere zittito da uno che considerava poveraccio. In fondo lui era figlio del notaio, l’uomo più ricco del paese, perfino più del sindaco, e meritava ed esigeva rispetto da tutti, così per vendicarsi dell’affronto subìto cominciò a chinarsi e a raccogliere la neve da terra per farne palline. Infine le tirò violentemente contro Giovanni, che rispose per le rime. Mentre si recavano a scuola si lanciavano costantemente le palline, insultandosi a vicenda, dando vita ad una battaglia senza vinti ne vincitori.

<<Basta, siamo arrivati a scuola. Tregua!>> – disse Jacopo.

<<Ti sei salvato>>.

Giovanni lasciò cadere l’ultima pallina di neve, superò alcuni scalini e varcò la soglia della pesante porta in legno massiccio. Dopo aver attraversato un lungo corridoio si diresse verso la propria classe: la 4^A. Quando entrò in classe il vecchio maestro Matteo Redelli stava già facendo l’appello.

<<Ah ecco gli ultimi arrivati! Andatevi a sedere>>.

Giovanni si diresse al proprio posto e notò i compagni intenti ad osservarlo e ridacchiare. Il maestro iniziò la lezione di italiano e tutto sembrava andare bene quando Jacopo ad un certo punto interruppe il maestro alzandosi in piedi.

<<Maestro ha visto che brutte scarpe sta indossando Giovanni?>>

Il maestro non rispose alla provocazione e continuò a spiegare la lezione, ma Jacopo non accennava a sedersi.

<<Guardate tutti com’è ridicolo Giovanni! Ha le scarpe più grosse dei piedi. Sembra un pagliaccio!>> – proseguì Jacopo.

Tutti i compagni di Giovanni si misero a ridere e a beffeggiarlo, nonostante il maestro cercasse invano di riportare l’ordine. Giovanni si sentì morire di vergogna, così si alzò dalla sedia e d’impulso scappò via da scuola piangendo.

<<Giovanni non ascoltarli!>>- ripeteva il maestro uscendo in corridoio per cercare di dissuadere il bambino dalla fuga, ma Giovanni era troppo amareggiato per ascoltarlo.

Il bambino corse per le vie del borgo fino ad arrivare davanti allo spiazzale della chiesa. Giovanni vi entrò e si sedette su una panca in fondo alla navata centrale, e continuava a piangere di dolore. Il parroco che era intento a pulire l’altare, si accorse della presenza di Giovanni, che lo conosceva perché frequentava le lezioni settimanali di catechismo, e gli si avvicinò.

<<Perché piangi Giovanni?>>

E Giovanni spiegò al parroco cosa gli era capitato a scuola>>.

<<La sensibilità è una dote dell’animo umano, ma anche degli animali, e questa dote può crescere col tempo o può estinguersi in base a come si vivono le esperienze dolorose che la vita riserva ad ognuno di noi. I tuoi compagni non hanno dimostrato di essere sensibili verso di te>>.

<<Solo il maestro non ha riso di me>>.

<<Il maestro è un uomo che ha accumulato grande esperienza di vita, data l’età e certamente non è superficiale>>.

<<Mi sono sentito umiliato>>.

<<Non hai fatto nulla di male per sentirti così. Hai la fortuna di avere delle scarpe che quando crescerai ti calzeranno meglio, sicché non ascoltare le malelingue. Sii forte e sopporta i limiti delle persone che ti circondano. Quando la vita ti metterà alla prova non tirarti mai indietro. Affronta i problemi da uomo, senza scappare. Così si diventa uomini forti, profondi di spirito e saggi. Ora va, ritorna a scuola; il maestro sarà preoccupato per te>>.

Giovanni si congedò dalla presenza del parroco e se ne tornò mogio mogio a scuola percorrendo la via principale, quando per scansare una carrozza trainata da due cavalli molto agitati, precipitò in un fossato sul lato dalla strada. Durante la caduta si procurò graffi sulle vesti e sul corpo, ma purtroppo alcune piante spinose avevano rovinato le belle, se pur grosse, scarpe di pelle. Giovanni si riprese dalla caduta, si alzò spolverandosi la neve da dosso e si sedette su un grosso tronco di quercia tagliata dai boscaioli, e pianse.

<<Oggi doveva essere una giornata stupenda, invece si è trasformata nel peggiore degli incubi!>> – pensò il bambino mentre teneva in mano le scarpe scollate e rovinate.

A questo punto tutto sembrerebbe irrimediabilmente perso, ma si sa che non tutto il male viene per nuocere.

Sicché mentre Giovanni cercava di riposizionare correttamente le suola nella scarpa sinistra, cadde una moneta d’oro sulla neve, che recuperò prontamente.

<<E tu da dove salti fuori?>> – si domandava allibito il bambino.

Giovanni tolse la suola dalla scarpa e vide con stupore che v’erano altre tre monete d’oro nascoste nel suo interno. Così verificò se anche l’altra scarpa custodiva qualche moneta d’oro, ma non vi trovò nulla se non una incisione. Giovanni, che sapeva leggere riuscì a scorgere un nome: “Graziella del Giglio”.

<<Ma è mia madre!>> – sussultò.

Giovanni infilò le monete nella tasca del pantalone, prese le scarpe e ritornò di corsa a casa per mostrarle alla madre, che quando lo vide rincasare prima del tempo si spaventò, e non poco.

<<Giovanni cosa è successo? Perché sei ritornato prima da scuola? Perché sei tutto sporco, bagnato e reggi le scarpe in mano?>>

<<Ora ti spiego. Guarda mamma. Leggi qua>>.

Giovanni indicò alla madre il punto in cui era inciso quello scritto. La donna lesse il nome, e quasi svenne per l’emozione. Poi Giovanni estrasse le monete d’oro dalla tasca del pantalone e gliele mostrò.

<<Ecco mamma, queste monete erano nascoste sotto la suola della scarpa>>.

La madre si dovette sedere sulla sedia della cucina per capire cosa stesse succedendo e, ripensando al momento in cui trovò le scarpe, capì che le erano state donate apposta da qualche militare tornato dalla guerra, amico del marito, ma che per qualche ragione non era riuscito ad arrivare fino a casa.

<<Forse il militare sarà stato aggredito, assalito e derubato da qualche brigante sceso dalla collina>> – pensò.

<<Mamma cosa significa tutto questo?>>

<<Figliolo mio. Queste scarpe probabilmente appartenevano a tuo padre e un suo amico ha cercato di consegnarcele, ma lo avranno fermato i briganti. Nonostante tutto è riuscito a nasconderle nella siepe vicino casa per farmele trovare>>.

<<Ora siamo ricchi?>>

<<Ricchi no, ma grazie a tuo padre e al suo compagno, che ha rischiato la vita per consegnarci il bottino, possiamo vivere serenamente per un po’ di tempo. Ora vatti a lavare, sei tutto sporco>>.

<<Va bene mamma>>.

<<Poi vestiti a modo perché andremo a comprare le scarpe nuove>>.

<<Davvero mamma?>>

<<Si. L’acqua è già calda nel pentolone e il catino di legno sai dove si trova>>.

<<Si mamma, lo so è nello sgabuzzino>>.

Giovanni si lavò in un battibaleno e si vestì con i vestiti più bellini che possedeva: un camiciotto a quadri rossi e bianchi, e i pantaloncini di stoffa pesante di colore beige. Indossò le scarpe rotte del babbo e si recò dal calzolaio insieme alla madre.

<<Graziella buongiorno! Come posso aiutarti>> – disse Giuseppe, il calzolaio.

<<Avrei bisogno di un paio di scarpe resistenti e comode per Giovanni, e già che ci sei ripara per favore le scarpe che sta indossando il mio figliolo>>.

<<Mamma ma devono essere migliori di quelle di Jacopo>>.

<<Va bene>.

<<Guarda queste>> – disse il calzolaio mostrando a Giovanni un paio di scarpe nere e lucide come l’inchiostro di china, ma comode come le maglie di lana.

Giovanni le provò e fece qualche passo avanti e indietro nella bottega.

<<Mamma vorrei queste. Sono bellissime. Domani a scuola nessuno si prenderà gioco di me>>.

<<Allora prendo questo paio>>.

Dopo aver acquistato le scarpe, Giovanni le indossò e consegnò al mastro calzolaio quelle che portava ai piedi, poi con mamma Graziella ritornarono a casa. Giovanni lungo il tragitto saltellava ed era visibilmente contento. Una volta rincasati, Giovanni mostrò le scarpe appena comprate a nonna Maria, che se ne meravigliò.

<<Graziella ma avrai speso tutti i risparmi per fare questo acquisto>> – fece notare con una punta di disaccordo.

<<Non è così come sembra, mamma>> – e mentre la faceva accomodare in cucina le raccontò tutta la storia delle monete d’oro.

<<Non devo più andare a dormire prima di pranzo se succedono queste cose belle!>> -esclamò sorridente.

<<Domani a scuola farai un figurone>> – disse Graziella.

<<Si, mamma sarà proprio così>>.

E così fu. Il mattino seguente Giovanni si recò a scuola e tutti i suoi compagni si meravigliarono delle scarpe nuove, ancor più belle di quelle indossate da Jacopo.

<<Le avrà sicuramente rubate. La madre non può permettersi di comprare scarpe così costose>> – bisbigliò Jacopo al compagno di banco roso dall’invidia.

<<Ora basta! State buoni. La lezione comincia. Oggi dovrete risolvere problemi di matematica. <Giovanni vieni alla lavagna e risolvi il primo problema che ti detterò>>.

Giovanni si alzò dal banco e si diresse verso la lavagna sotto l’occhio attento dei compagni che miravano le scarpe nere e lucide, tanto belle da farlo apparire più grande di quello che non era in realtà, e gli conferivano una certa importanza. Ora però i compagni non lo deridevano più anche se borbottavano tra loro, ma Giovanni non dava loro peso perché erano mossi solo dall’invidia e l’invidia è un veleno dell’anima.

<<Le parole importanti sono quelle che provengono dalle persone che ti vogliono veramente bene. Tutte le altre non hanno valore e nemmeno il potere di fare stare male>> – e così pensando Giovanni afferrava il gessetto bianco posto sulla cattedra del maestro accanto al libro di matematica, mentre uno sguardo più maturo gli illuminava il volto.

Fine

Sarah Jackson

 

 

 

 

 

 

 

 


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